Se immaginiamo il cervello non come il produttore della coscienza, ma come un ricevitore estremamente sofisticato, allora la coscienza stessa potrebbe non essere confinata all'interno del corpo. In questa prospettiva, cio che chiamiamo "mente" non nascerebbe interamente dall'attivita dei neuroni, ma sarebbe il risultato di una continua sintonizzazione con un livello piu profondo della realta, una sorta di campo informativo che esiste indipendentemente da noi.
Da questo punto di vista, il cervello svolgerebbe un ruolo simile a quello di una radio: non crea la trasmissione, ma la rende percepibile. Le nostre emozioni, i pensieri, la memoria e la percezione del mondo sarebbero il modo in cui questo segnale viene decodificato e tradotto in esperienza soggettiva.
Se cosi fosse, anche il concetto di morte assumerebbe un significato diverso. Quando una radio si rompe, la musica non scompare dall'universo: semplicemente non puo piu essere ricevuta da quel dispositivo. Allo stesso modo, la morte potrebbe rappresentare la fine del ricevitore biologico, senza implicare necessariamente la scomparsa del segnale che esso era in grado di intercettare. Non sarebbe una prova di una sopravvivenza della coscienza, ma una possibilita teorica coerente con questo modello.
In quest'ottica, perfino l'evoluzione potrebbe essere riletta sotto una luce differente. Non soltanto come un processo di adattamento fisico all'ambiente, ma come un progressivo perfezionamento degli strumenti di ricezione. I cervelli piu complessi non sarebbero semplicemente piu intelligenti perche elaborano piu informazioni, ma perche riescono a captare strutture, relazioni e pattern sempre piu raffinati della realta. L'evoluzione diventerebbe quindi la storia di una crescente capacita dell'universo di osservare e comprendere se stesso attraverso organismi via via piu sensibili, fino ad arrivare alla coscienza umana e, forse, oltre.