VOGLIO TORNARE BAMBINO…
Sono nato nel 1971 e sono cresciuto nella piazzetta sotto casa.
Non avevamo smartphone, tablet o videogiochi capaci di tenerci prigionieri per ore. Avevamo le figurine da scambiare, le biglie nelle tasche, il nascondino, le ginocchia sbucciate e le gare in bicicletta. Bastavano un pallone, quattro amici e un po’ di fantasia per sentirci padroni del mondo.
Poi arrivava la sera e dalla finestra si sentiva la voce più potente di qualsiasi notifica:
«È pronto! Sali subito, altrimenti le prendi!»
E noi salivamo davvero, magari brontolando, perché allora un genitore non era considerato un nemico se metteva una regola.
Guardavamo Heidi, Dolce Remì, Jeeg Robot d’acciaio, Wonder Woman, Hazzard… Storie diverse, ma quasi tutte ci parlavano di amicizia, sacrificio, coraggio, rispetto, altruismo e voglia di aiutare chi era in difficoltà. Ci facevano ridere, piangere e, senza che ce ne accorgessimo, ci lasciavano qualcosa dentro.
Non dico che allora fosse tutto perfetto e che oggi sia tutto sbagliato. Ma guardando tanti bambini ipnotizzati da uno schermo già da piccolissimi, mi viene un nodo alla gola.
Ore trascorse dentro giochi di guerra, video velocissimi, personaggi inquietanti e contenuti che spesso sembrano più interessati a confondere e catturare l’attenzione che a educare. Il problema non è la tecnologia in sé, né la diversità raccontata con rispetto: il problema nasce quando uno schermo sostituisce il dialogo, il gioco vero, una carezza, una sgridata necessaria e la presenza dei genitori.
Un bambino non dovrebbe conoscere soltanto mondi virtuali. Dovrebbe sporcarsi le mani, cadere dalla bicicletta, litigare con un amico e poi fare pace. Dovrebbe annoiarsi, perché è proprio dalla noia che nasce la fantasia. Dovrebbe imparare che non può avere tutto e subito, che esistono regole, responsabilità e rispetto.
Noi tornavamo a casa sporchi, sudati e stanchi, ma con gli occhi pieni di vita.
Oggi vedo sempre più bambini puliti, immobili e silenziosi… con gli occhi accesi dalla luce di un telefono. E mi domando: quando saranno adulti, quali ricordi avranno? Una piazzetta piena di amici oppure il livello raggiunto in un videogioco?
Forse non voglio davvero tornare bambino.
Vorrei soltanto che anche i bambini di oggi potessero vivere un’infanzia vera: fatta di libertà, fantasia, amicizia, educazione e genitori capaci di dire anche no.
Perché il futuro non mi spaventa per la tecnologia che avremo.
Mi spaventa l’umanità che rischiamo di perdere.