Quando ho visto Giorgia Meloni asciugarsi le lacrime parlando delle leggi razziali, non ho sentito empatia, ho visto una performance. Un gesto studiato, forse anche efficace per chi vuole vedere umanità. La vera commozione non si attiva a comando. Non ha bisogno di palcoscenici o microfoni. Se piangi per la sofferenza umana, lo fai sempre, non solo quando è politicamente conveniente.

E allora mi chiedo: quelle lacrime erano vere? O erano solo un riflesso opportuno per sembrare “umana” davanti alle telecamere? Non ho creduto nemmeno per un istante a quelle lacrime, perché non si può piangere per fatti di un secolo fa e restare freddi davanti all’orrore del presente.

Non ha versato una sola lacrima per i bambini fatti a pezzi a Gaza, per i neonati carbonizzati sotto le bombe, per le madri sepolte vive con i loro figli. Nulla. Silenzio. A me sono sembrate lacrime costruite, strategiche. Non una reazione sincera, ma un modo per legittimare la propria immagine, la solita ipocrisia di chi sfrutta la memoria storica.


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